Quando si parla di Cleto Munari, spesso ricorre il paragone con il “signore", l'aristocratico collezionista di cose belle messe insieme non per affermare programmi, tendenze, ideologie, ma per il piacere di vederle, anzi di "vederle nascere".
Perché Munari ha, nello stesso tempo, il fiuto e il generoso eclettismo dei grandi collezionisti, ma le sue "belle cose" non le cerca nelle vetrine o nei polverosi magazzini, ma nella mente dei suoi amici designer, raccontando loro le sue idee e le sue intuizioni e aspettando pazientemente che prendano forma, prima sulla carta da disegno e poi attraverso un processo che somiglia alla distillazione di un liquore e consiste nel confronto dei modelli e nella loro correzione sulla base dell'esperienza non solo visiva ma tattile, ponderale, acustica persino in certi casi. Munari è quindi un "autore" anche se dell'autore gli manca l'orgoglio e il culto maniacale del proprio "stile personale", è un "autore colloquiale" che utilizza la creatività altrui senza sacrificare la propria e riserva per sé, della creazione, due momenti essenziali, anche se di solito poco considerati, il programma iniziale e il percorso autocritico che conduce alla realizzazione del prototipo.
La posizione anomala di Munari, rispetto allo schieramento dei produttori del "disegno italiano", il suo disinteresse per l'ortodossia teorica del design, e la sua passione artigianale per la qualità della materia e la perfezione della finitura, gli hanno permesso d'altronde di svolgere una importante funzione culturale, specie nell'ultimo decennio, sia per aver offerto a Carlo Scarpa l'occasione di una lunga e appassionante ricerca sul tema delle posate, in cui il maestro veneto ha dato il meglio del suo gusto per il sontuoso quotidiano, sia per aver dato spazio a quegli autori che prima hanno esplorato i confini della ortodossia modernista e poi se ne sono decisamente allontanati, ipotizzando per la "linea italiana" un possibile sviluppo autonomo, affrancato dalle inibizioni del funzionamento e della gute Form . Osservata nel suo complesso, come un sistema chiuso di esperienze, legate da un filo che è insieme di continuità e di contraddizione, la collezione degli oggetti prodotti da Cleto Munari ha una intonazione "liberal" e costringe al confronto personalità che nelle colonne dei giornali e nei dibattiti pubblici si azzuffano sui temi teorici della modernità e post modernità. Confronto salutare perché a carte anzi a "opere" scoperte, che in certi casi accorcia le distanze e fa intravedere quanto più chiara sarebbe la disputa, e accessibile ai non esperti, se si basasse, anche nella architettura, su opere compiute e tangibili, anziché su progetti condannati a rimanere sulla carta o su parole minacciate continuamente dalla ambiguità e dalla intercambiabilità.
Signore quindi nel campo del "fare" Munari, con il suo sorriso ironico e autoironico, attraversa la cultura degli architetti e dei designer, arricchendola di una delle rare occasioni di verifica dei suoi risultati, lasciando dietro di sé piccole meraviglie che un giorno gli storici studieranno come sintomi precoci e significative di fenomeni più vasti che riguarderanno – me lo auguro –anche il futuro delle nostre città.
E i collezionisti, che sono spesso, ancorché disconosciuti, storici in azione, creatori di mode e custodi della qualità, troveranno nel campo dissodato e coltivato da Munari con la competenza di chi conosce vecchi e nuovi segreti della terra, frutti in abbondanza da raccogliere e custodire sovrapponendo la loro scelta a quella già operata, proponendo oltre a quelli suggeriti altri accostamenti, altre consonanze e contraddizioni, alimentando un giuoco che l'uomo ha iniziato all'alba della civiltà e che consiste nel godere, riflesse nella concretezza di un oggetto, la differenza dei soggetti, degli uomini che hanno creato, realizzando quel miracolo quotidiano che ci consente di conoscerci e riconoscerci, il miracolo dell'identità.